martedì 21 dicembre 2010

sting

l'altra sera, non lontano da via watt, stavo camminando in attesa di entrare al cinema. ero in anticipo, così in anticipo da esserlo addirittura per la pubblicità prima del film. erano le dieci meno un quarto, orario strano per tutto: per il cinema senz'altro, per la cena, anche per un aperitivo. un'ora non-ora, uno spazio di tempo che serve ad unire ore più importanti, decise, addirittura solide come, ad esempio: le dieci! mezzanotte. le otto.
eppure, in quella ora non-ora che vedeva, appunto, la strada piena di negozi chiusi semi-deserta, un capannello di persone - saranno state una ventina - si accalcava alle grate chiuse di un grosso negozio di dischi, libri, computer, fotografie, dvd, almanacchi e matite. molti di loro riprendevano le grate chiuse, con il telefonino.
mi avvicino.
incuriosito mi faccio spazio nel capannello, scoprendo che le grate del negozio erano si chiuse, ma traforate, tanto da poter vedere dentro. e dentro c'era il mondo. gente, luci, la televisione, quindi cameramen con le loro telecamere, le luci per la ripresa, giornaliste accaldate da uno stato di eccitazione.
al centro di tutto ciò, dando le spalle a noi oltre la grata, a noi abitanti dell'ora non-ora, sedeva un uomo di cui non potevo che vedere la schiena e la nuca.
indossava un maglione grigio, bellissimo e morbido anche da qui, dalla non-ora, attillato ma non troppo e comunque sufficientemente per intuire i muscoli delle braccia che firmavano autografi, stringevano mani. non si vedeva, ma si capiva, che quella nuca sorridesse, affabile, disponibile e professionale. e lo si capiva perché noi, della non-ora, vedevamo bene le facce degli astanti: la ragazza emozionatissima, che porgendo il disco per l'autografo si toccava la ciocca dei capelli e guardava l'uomo al centro, probabilmente più anziano di suo padre, con gli occhi dell'innamorata, dell'innamorata davvero però. poi il ragazzo con la barba da critico musicale, che avevo lo sguardo sicuro, come di chi la sa lunga e in fondo che sarà mai una telecamera che mi riprende? è una vita che sono pronto, sono nato per questo!
eppure io non capivo chi diavolo fosse l'uomo al centro. ho pensato: michel houellebecq. e perché? forse per i capelli biondo rossicci? si, per quello. ma michel houellebecq non ha quelle braccia e forse nemmeno un maglione così.
allora ho chiesto ad una ragazza, una di quelle che filmavano la scena col cellulare, scusa ma chi è quel signore?
la ragazza, senza nemmeno girarsi verso di me mi ha detto: sting! ma col tono della voce sottintendeva cretino. io, non sting.
cazzo sting! sting era stato un mio mito, i police, ma soprattutto stewart copeland, l'immenso batterista dei police. avevo passato i miei vent'anni dentro quella voce, la voce dell'uomo che firmava autografi al centro della scena.
ho pensato che fosse un grandissimo professionista sting: guardalo lì, un patrimonio attorno ai 300 milioni di euro, una fama mondiale, moglie, figli, vita, ville, braccia fisicate eppure... eppure faceva il suo mestiere, stringeva mani, sorrideva, firmava autografi con serietà e leggerezza. ecco perché è bravo e perché forse, in fondo, ha anche un patrimonio personale così importante. mica vero che i ricchi sono solo i ladri, a volte sono semplicemente più bravi degli altri, più dediti, più professionali.
poi si è girato, un attimo, verso di noi nella non-ora. si è accorto di tutti noi lì fuori al freddo e ci ha sorriso, ci ha salutati con la mano e per un attimo, l'ultimo del suo sguardo, ha incrociato il mio. io non ho fatto nulla, avevo uno sguardo serio, assorto e così sono rimasto, mentre sting tornava a firmare autografi e i miei vent'anni si sono girati, per sempre.
ma avevo un biglietto per il cinema in tasca, e valeva la pena andarci.

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