sabato 18 agosto 2012

Good food, good life.


            L’ambulanza arrivò muta, senza nemmeno far suonare le sirene, che tanto c’aveva rinunciato. Più nulla da fare, e lo sapevano. Gli infermieri salirono le scale,
- Che piano? - chiesero svogliati a Ibrahim, il portinaio.
- Terzo, ma anche secondo - rispose lui.
- C’è l’ascensore?
- Sì.
- Terzo o secondo?
- Mangiava al secondo ma dormiva al terzo - rispose Ibrahim.
Gli infermieri sbuffarono piano, e non sembrava per il caldo. Salirono al terzo.
La porta era aperta, ma fecero fatica ad entrare. Qualcosa sembrava bloccarla, e gli infermieri pensarono ad un corpo morto. Il suo, ovvio. Spinsero senza delicatezza, quasi con fastidio. Erano le undici e mezzo di mattina di ferragosto e in ospedale, per il turno, avevano messo del prosecco in fresco - Cazzo!


            Vivo qui da sei anni e Angiolino lo conoscevo bene.
I primi tre anni li abbiamo passati a non sopportarci. Lui che puzzava di rancido e povertà e io che avevo i cazzi miei, costretto in quella casa da separato, non mia e spoglia, dopo che per dodici anni mi ero abituato alle cene in terrazzo bagnate di Blangé in fresco, nella casa della mia ex moglie. Angiolino non lo sopportavo perché mi ricordava, a vederlo, cos’ero davvero e cosa potevo diventare. Un vecchio rancoroso, che passava il tempo a spostare scatole vuote dal secondo al terzo, dal terzo al secondo e dal secondo al terzo. Sempre. A qualsiasi ora del giorno e della notte.
Un’ape stolta e senza alveare.
Poi rimasi senza lavoro per un anno, e quell’anno niente vacanze.
D’estate, sul ballatoio, fumando, a guardare di fronte i palazzi in ferie della Nestlè, con in cima la scritta al neon che nella notte ci ricordava, a me e ad Angiolino, che col buon cibo veniva anche la vita buona. Nestlé. Good food, good life.
Angiolino beveva solo Fanta calda. Io, vino freddo. Una bottiglia al giorno.
Poi una notte di fine luglio mi si avvicinò strisciando i piedi, che era il suo modo di spostarsi.
Cazzo vuole? - pensai.
Mi guardò negli occhi ed era la prima volta che succedeva, perché Angiolino si rivolgeva al mondo di nuca. Così scoprii che aveva uno sguardo vacuo, in cui gli occhi ti guardavano ma come se vedessero anche il fantasma che ti volava accanto.
- E’ tua la casa?
La voce era afona, di chi a parlare non è abituato, e ogni volta deve rimettere in moto le corde vocali rinsecchite nel silenzio.
- No. Sono in affitto.
- E quanto paghi?
- Ottocento. Perché?
- Aha! - disse illuminandosi di meraviglia. E se ne andò da dove era venuto.
Non chiesi altro perché non avevo voglia di conversazione, di socializzare, non volevo avere nulla a che fare con quel morto. Ma la mia domanda mi restò attaccata in testa mentre guardavo l’ascensore scendere dal terzo al secondo.
Perché?
Angiolino uscì dall’ascensore al secondo piano e strisciando i piedi sul ballatoio arrivò al terrazzino di fronte. Aveva in mano una bottiglia di Fanta piena d’acqua e si mise a bagnare quattro vasi di piante grasse, identiche alle sue caviglie.
Lo guardavo e lui lo sapeva, ma se ne fregava. Solo ogni tanto, nel semibuio della notte illuminata dalla luna, vedevo che di soppiatto mi gettava occhiate sospette. Allora si girava di nuca, come sempre.
Ma guarda che matto, pensavo. Ma guarda che matti che siamo. Io gonfio di vino per riuscire a piangere e lui che annaffia piante grasse. Due gesti inutili.

            Mi davo un ordine. Cercavo almeno, per tenere i pensieri nel corridoio dritto senza che si distraessero nelle stanze disordinate della mia inutile malinconia. Così la mattina mi facevo la barba e andavo a correre. Macinavo chilometri e bruciavo calorie tra i palazzi della periferia, fino ai campi ai lati dell’autostrada, dove file di macchine partivano per le vacanze, mentre io spostavo i corvi che infastiditi dal mio passaggio volavano senza spavento solo un metro più in là dello stagno. Arrivavo al traliccio in disuso, gli giravo intorno, e tornavo indietro verso la fine dei campi, fino ai palazzi popolari, l’ospedale, le poste, il panettiere chiuso per ferie.
Poi casa. Salivo le scale a piedi, tutto sudato, e Angiolino era sempre seduto sul suo sgabello della Chicco che aveva trovato chissà in quale immondizia. Se ne stava a prendere il fresco sfruttando la corrente d’aria della tromba delle scale. Di nuca.
La scena si è ripetuta quasi ogni mattina o ogni sera, quell’estate, a seconda dell’ora in cui decidevo di andare a correre. Non ci salutavamo mai. Ognuno incazzato della propria delusione.
Io mi facevo la doccia, bevevo acqua, fumavo subito.
Lui si alzava dal seggiolino, di tanto in tanto, per andare in missione nelle strade. Si era preso un carrello del supermercato che teneva in cortile e con quello usciva per tornare ore dopo, carico di scatole vuote. Qualsiasi tipo di scatola. Birre, televisioni, confetture di pomodori, molte scatole della Nestlè, cereali. Le scaricava in ascensore, saliva al secondo, le portava in casa. A volte alcune le trascinava fino al terzo e dal terzo al secondo o dal secondo al terzo e poi al secondo. Avanti. Indietro. Avanti. Così.
Una sera, sul ballatoio, ero distratto da un piccione che beccava qualcosa in cortile. Non mi sono accorto di Angiolino alle mie spalle e quando si è rivolto a me mi spaventai, ma finsi di no.
- Ottocento sono troppi. Ci paghi un mutuo con quello e la casa è tua. Te la vende il proprietario?
Non gli chiesi niente. Non gli dissi che i discorsi non possono stare in attesa una settimana. Finsi che, in fondo, c’eravamo appena parlati.
- Non la voglio comprare, e poi non è in vendita.
- Le mie sì. Al secondo e al terzo.
In quel momento passò nella strada alle nostre spalle una macchina con l’autoradio che suonava una canzone di Loredana Bertè: Ai dimenticati, ai playboy finitiii e anche per me...
- Un giorno vendo tutto e torno a Bitonto.
Lo guardavo cercando di decidere se chiudere la conversazione con un grugnito o continuare.
- Bella Bitonto, dissi.
- Ma và! Fa schifo. Ma sono nato lì. Bisogna morire dove si nasce.
- Ah sì? - chiesi. E lo feci davvero perché non capivo l’affermazione.
- Eh sì - mi rispose, e rimase lì, senza muoversi. Girò lo sguardo verso la Nestlé. Good food, good life. Ma non penso riuscisse a vedere fin là.
E poi mica conosceva l’inglese, Angiolino.
- Tu sei sposato?
- No.
- Meglio. Neanch’io. Le donne, con gli anni, puzzano.
E se ne andò, lasciandomi la coda del suo odore rancido.

            D’inverno Angiolino non mi parlava. Non parlava con nessuno mai, ma d’inverno nemmeno con me. Ogni volta che lo incrociavo sulle scale o davanti al portone, io lo salutavo sempre. Sapevo che non mi avrebbe risposto ma mi ero imposto di salutarlo. Sempre. Ci vuole cura e pazienza con le persone, a cominciare da noi stessi. Rivolgermi a lui, chiedergli come stava, era qualcosa di salutare anche per me. Mi faceva uscire dalla bestia, dai giorni delle mie barbe non rasate, dai grugniti che popolavano la città.
In piedi, davanti alla finestra, lo guardavo attraversare la strada con il suo carrello del supermercato, anche con la neve. Spostarsi per gli angoli delle strade, caricare scatole vuote, scaricarle in casa, spostarle dal terzo al secondo, dal secondo al terzo, dal terzo al secondo, dal secondo al terzo.
Autunno, inverno, primavera.
I primi giorni d’estate no. Quella dove i cittadini svuotano la città nei fine settimana ma poi tornano, a pieno regime. No, la prima estate è troppo presto perché Angiolino torni a parlarmi. A rispondere ai miei saluti. Ci vuole l’esodo. Ci vuole il deserto. Dobbiamo essere o sembrare gli ultimi sopravvissuti.
L’estate successiva lavoravo. Dopo tanto tempo sono tornati a cercarmi. Io faccio l’autore televisivo e mi era stato dato un programma d’intrattenimento pomeridiano che si chiamava “E state con noi”. Una merda rispetto agli anni d’oro, quelli dei ricchi budget, degli aperitivi la sera, delle ballerine, delle mie illusioni che la vita fosse, in fondo, un palcoscenico di luci al neon colorate.
- La crisi economica Carlo. Prendere o lasciare.
Così mi ha detto il produttore.
- Sai Carlo, io ho sedici automobili eppure, guarda qua, - mi disse tirando fuori l’abbonamento  - giro in metropolitana.
Ma vaffanculo, pensai. E comunque presi.
Il programma era in diretta, uscivo la mattina alle undici e per le otto di sera ero a casa.
Mi cambiavo, mi bevevo un bicchiere mangiucchiando qualcosa, ma avevo ridotto parecchio le mie dosi di vino e poi adesso non prendevo nemmeno più l’En, per dormire.
Angiolino mi vide sul ballatoio, mentre come sempre fumavo.
Uscì dall’angolo, ma poi ritornò indietro, come se ci avesse ripensato. Poi decise e venne verso di me.
- Ueh Angiolino, allora? Che fai?
- Faccio il samurai - e rise, credo per la rima.
- Cosa fai di mestiere tu? - Mi chiese.
- Lavoro in televisione.
- Io non ce l’ho la televisione. Non mi piace.
Non dissi nulla, ero d’accordo. Poi prese a guardare il mio fantasma e capii solo in quel momento che non era una disfunzione dello sguardo ma qualcosa di molto più semplice. Timidezza. E allora feci il primo passo.
- E tu? Sei pensionato?
- Uh! Da anni. Sono vecchio io.
- Perché, quanti anni hai? - gli chiesi, pensando che dovevano essere una settantina.
- Settantatre. No!.. Settantaquattro. Mah... si, settantaquattro. Ero un poliziotto io eh. -
Un poliziotto. Angiolino un poliziotto. Un uomo che ha a che fare con l’Ordine e la Giustizia. Ma anche con la repressione e le pistole. Non sembrava, anche se, a guardarlo bene, doveva aver avuto uno sguardo fermo un tempo e un certo vai e vieni da commissariato, bevendo caffè.
- Un poliziotto? Ma dai. Ne hai arrestati tu eh?
Angiolino mica mi risponde. Le domande le fa lui, segue un suo discorso che non prevede nessuna comunicazione. Penso che forse non mi ascolti, oppure non mi senta. Sarei tentato di chiedergli delle scatole, che cazzo ci fa, ma è inutile e poi, non so perché, mi vergogno a chiederglielo.
- Negli anni settanta era dura.
Questo mi dice, ma non so cosa intenda. Eppure rimane lì, a guardarmi fumare.
- Non devi fumare. Fa male. Io ho smesso a quarantanove anni. Fine. Dalla sera alla mattina. Fa schifo quella roba lì.
- Hai ragione Angiolino.
E aspiro più forte.
- Com’è che ti chiami tu?
- Carlo.
- Allora, la compri la mia casa o no?
- No.
- Io ne ho un’altra a Bitonto sai?
- Aha.
- Ne avevo una anche a Lambrate ma l’ho venduta.
- Ammazza Angiolino, sei un uomo ricco.
Ride. Così scopro che ha dei bei denti. Ma come fa? Puzza come un animale, la canottiera macchiata di olio, o forse sperma, i pantaloni della tuta che gli cascano dal culo e ha i denti belli. La testa glabra e la barba bianca di Hemingway.
- Ma vivi solo? - mi chiede - Non vedo mai nessuno qui da te.
E’ vero.
- E’ vero. Non c’è mai nessuno. Non invito nessuno perché non mi piace questa casa.
- Compra la mia. Al secondo o al terzo.
- Non c’ho una lira. E poi me ne voglio andare.
- E dove?
- Non lo so.
- Io ho avuto un’amica, tanti anni fa. Ma amica eh. Mai fatto niente di... hai capito. Un’amicizia. Ma poi telefonava un uomo. Io le dicevo, ma chi è questo qui? Ma no, no, nessuno. Allora chi è? Non si capiva. Non era mia. E ma se sei qui, se sei con me, ma perché vai con gli altri uomini. Ma perché? Mi fai soffrire. E lei ma no. Ma son con te. E invece le piacevano gli uomini. E andava con tutti quelli che le sorridevano. Tu cosa fai? Tu. Carlo tu.
- Sì.
- Tu cosa fai? Ti affezioni a una così, che gli piacciono gli uomini?
- Ma sai...
- Allora poi ti stanchi. No, non voglio averci a che fare con queste cose. Vabbè. Quando vuoi vedere la casa dimmelo eh...
- Sì. Grazie.

            - Ciao Angiolino.
- Dove vai?
- Vado a correre.
- Aspetta. No. Aspetta.
- Cosa c’è?
- Hai visto il mio gatto nero? Sai il gattino?
- No... Non sapevo avessi un gatto.
- Eh, perché ho visto che ieri sera sei tornato all’una, ma il gatto c’era. Non lo trovo più.
- I gatti tornano Angiolino.
- Mah...
Scendo le scale di corsa. Accendo il cardiofrequenzimetro. 81 battiti al minuto. Inizio a correre. 92. 111. 120. 129. 134. 140. 147. 148 e il cardiofrequenzimetro comincia a suonare. Sono fuori dall’area aerobica. Il cuore pompa. Il cuore a 148 battiti suona, fischia, a tratti urla. Mi posiziono sui 156 e lascio che le gambe mi portino. Dopo venti minuti entri in automatico, le endorfine cominciano a farsi spazio nei pensieri, i conti tornano, la vita diventa buona. Good life. Scarto verso i palazzi, in lontananza. Una zaffata di camion nelle strade deserte di agosto mi procura una momentanea nausea. 158. Rallento. Non voglio approfittare del mio cuore. Non voglio esagerare. Entro nei campi. Rigiro verso l’ospedale. Mi fa male un ginocchio. Resisto. Milza, fegato, non mi fanno mai male. Dove va a finire tutto il fumo? Milano è deserta. Mi sembra bellissima e questo mi da la misura della mia follia. E state con noi. E dai state con noi... E state con noi, cazzo! Arrivo a casa. Quanti battiti misura un cuore senza amore? Sul portone prendo fiato, piegandomi in avanti. Respiro. Poi vedo il gatto nero di Angiolino. I gatti tornano, grazie a dio.

            Autunno. Inverno. Natale. Nevica che sembra il Canada. Nella domenica mattina rarefatta dal silenzio della neve, sentii Angiolino urlare.
Mi sveglia.
Mi copro col cappotto e vado a vedere. Il vicino del piano terra, esasperato, ha in mano un bastone.
- Te ne devi andare vecchio di merda! Ti ammazzo!
Angiolino prende un ferro, quello della porta del cancello. Lo agita con una forza che non sapevo potesse avere.
- Non li chiamo i piccioni! Vengono da me! Gli sto simpatico! Gli sto simpatico ai piccioni!
- Vecchio di merda! Schifoso e sporco!
Mi metto le scarpe al volo e scendo giù.
Arrivo alle spalle di Angiolino che con il ferro in aria lo picchia sul montante dell’ascensore.
Piano, quasi sottovoce per lo spavento e per non disturbare, dico: - Angiolino?
Lui si gira, mi guarda cattivo. È stato davvero un poliziotto, ora lo so.
- Che cazzo vuoi?! - Mi urla in faccia.
- Calmati Angiolino...
Il vicino si placa. Mi considera una persona per bene, il vicino. Sono uno della televisione e questo basta, in certi cortili.
Angiolino ha un’espressione improvvisamente fragile. Perduta. Mi guarda come fosse mio figlio, ne avessi uno.
- Dicono che chiamo i piccioni. Non è mica vero. Non gli do da mangiare!
Sì che lo fa. Lo so. L’ho visto.
- Lo so Angiolino, vengono e basta. Ma metti giù il ferro, dai.
Lo lascia cadere e con la neve non emette nessun rumore. Fa solo puf.
Prendo Angiolino e lo carico sull’ascensore. Le porte si chiudono e faccio in tempo a sentire la voce del vicino rientrare in casa. – Terùn de merda – dice da dietro la finestra.
Ho voglia di un caffè e mi fa male la testa.
- Secondo o terzo?
Angiolino non risponde. Sembra offeso. Schiaccio il terzo, che è il piano mio.
Angiolino entra in casa strisciando i suoi piedi con le caviglie gonfie.
- Gli sto simpatico ai piccioni. Mi vogliono bene. - e me lo dice guardandomi.
Non l’ho più visto fino a primavera.

            - Dove sei stato?
- Ehi Angiolino! Sono stato a Roma. Mi hanno chiamato a lavorare lì. Ho fatto il programma di Fiorello.
- Chi è?
- E’ un... no niente. Uno della televisione. Come stai?
Non mi ha risposto.
Una settimana dopo ero di buonissimo umore, il sole splendeva, non avevo niente da fare e sono sceso per un caffè. Uscendo ho incrociato Angiolino, col suo carrello pieno di scatole.
Quando mi ha visto si è messo in imbarazzo. Non credo volesse incontrare nessuno. Io gli ho tenuto la porticina d’ingresso aperta, e con un’aria eccessivamente simpatica, quasi finta, mi sono deciso e gli ho chiesto – Ma Angiolino! Ma cosa ci fai con tutte queste scatole? Eh?
Lui è entrato. È andato dritto verso l’ascensore. A pochi metri dall’ascensore si è girato perché ha capito che lo stavo guardando. Io avevo sempre il sorriso stampato in faccia.
- Fatti i cazzi tuoi - mi ha detto.
Poi è salito con l’ascensore e il suo carrello. Al secondo, credo.

            Quest’estate sono partito presto, all’inizio di luglio. Mi hanno invitato a fare un giro in barca, poi mi sono fermato in Corsica e ho fatto una settimana anche in montagna. Ma tra la Corsica e la montagna sono tornato due giorni a Milano perché avevo l’udienza di divorzio.
La mia ex moglie è arrivata in orario per la prima volta nella sua vita.
Ci siamo abbracciati. Siamo saliti con gli avvocati, abbiamo firmato, siamo usciti.
Le ho offerto un caffè.
- No, ti ringrazio. Mi agita.
Aveva un taglio di capelli diverso. Stava bene. L’ho vista bene.
- Hai un amore? - Mi ha chiesto.
- L’ho perso.
Si è messa a ridere.
- Sei il solito pirla.
Ma l’ha detto in modo gentile. L’ha detto con affetto. Mi conosce, e lo sa che non sono uno stronzo. Lo sembro, ma non lo sono.
- Vuoi una sigaretta?
- Ho smesso - le ho risposto. Ma non è vero. L’ho detto solo per farle vedere che sono cambiato, che sono migliore.
Ci siamo abbracciati. Forte. Le ho anche passato una mano sui capelli, che erano freschi di shampoo.
- Vivi col tuo uomo?
Ha annuito.
Le ho chiesto se era felice.
- Dai non fare il romantico. S’è fatto tardi Carlo.
Due ore dopo partivo per la montagna. La bicicletta sulla macchina. Una settimana a respirare vita buona, mangiando bene.
Quando sono tornato a Milano, a ferragosto, dovevo prepararmi per la presentazione del palinsesto. Il Canale ha invitato anche me. Pare che Fiorello abbia insistito che ci fossi anch’io.
L’ambulanza era parcheggiata male.
- Cos’è successo Ibrahim?
- Anghiolino. Mi ha detto.

            Poi hanno dato una spallata più forte, ma non era il corpo di Angiolino, erano le scatole impilate una sull’altra che ostruivano l’entrata. È uscita una puzza di piscio e fagioli andati a male che si è mischiata all’umido caldo di questo ferragosto.
- Non si respira qui, santo dio!
Il corpo di Angiolino era sdraiato per terra. A pancia in giù. Lui era nudo. Su una scapola aveva un tatuaggio quasi scolorito, vecchio, brutto, fatto male, che nessuno aveva mai visto. C’era scritto: Maria Elena.
L’hanno chiuso in un sacco. Caricato sulla barella. Portato fuori, poi giù, oltre il secondo. Nella stanza c’erano scatole ovunque. Fino al soffitto. Coprivano tutto, coprivano qualsiasi cosa. Una specie di protezione, un mondo ovattato, dove non arrivavano i rumori della strada.
Il gattino nero era in un angolo e sembrava farsi i fatti suoi.
L’ambulanza è ripartita, senza sirene, ma con una certa fretta.

            È lei Carlo Grande?
L’uomo sull’uscio dell’ufficio del Tribunale indossa una cravatta beige e una camicia bianca. Ha l’aria polverosa ma uno sguardo serio, onesto.
- Sì, sono io.
- Sono il Dottor Bonfanti, il curatore del defunto signor Angiolino Acquafredda. Molto piacere. Prego, entri.
Mi accomodo su una sedia.
L’uomo mi guarda, prendendo dal tavolo un fascicolo.
- Scusi signor Grande se non tengo la giacca, ma fa un caldo...
- Mi avete convocato...
- Sì. Allora... lei era un amico del Signor Acquafredda, giusto?
- Mah... no. Ero un vicino.
- Beh io ho qui dei documenti. E’ un testamento del signor Acquafredda che tra l’altro non ha parenti prossimi oltre il quarto grado.
- Ma come è morto? - Gli domando. – Nel palazzo non abbiamo più saputo niente.
- Aneurisma. Si sarebbe potuti intervenire ma il signor Acquafredda viveva solo e nessuno se ne è accorto. È così che è deceduto. Ascolti signor Grande, nella casa del signor Acquafredda abbiamo trovato, devo dire nella confusione generale, un documento testamentario che la riguarda. Il signor Acquafredda le ha lasciato in eredità gli immobili del secondo e del terzo piano, siti in via Watt al civico 9, dove lei è peraltro residente, corretto?
- Sì.
- Tra l’altro, in aggiunta, c’è un piccolo appartamento di 30 metri quadri, sito in via Cardinale al civico 1, a Bitonto.
- A Bitonto?
- Sì, a Bitonto. In provincia di Bari. C’è anche una curiosa annotazione a mano del signor Acquafredda che a tal proposito dice che a lei, signor Grande, Bitonto piace.
- Ma non ci sono mai stato...
- Beh, è scritto qui. Dice che lei voleva andare via da qui. Guardi. Ma è sicuro che non eravate amici?







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