L’ambulanza
arrivò muta, senza nemmeno far suonare le sirene, che tanto c’aveva rinunciato.
Più nulla da fare, e lo sapevano. Gli infermieri salirono le scale,
-
Che piano? - chiesero svogliati a Ibrahim, il portinaio.
-
Terzo, ma anche secondo - rispose lui.
-
C’è l’ascensore?
-
Sì.
-
Terzo o secondo?
-
Mangiava al secondo ma dormiva al terzo - rispose Ibrahim.
Gli
infermieri sbuffarono piano, e non sembrava per il caldo. Salirono al terzo.
La
porta era aperta, ma fecero fatica ad entrare. Qualcosa sembrava bloccarla, e
gli infermieri pensarono ad un corpo morto. Il suo, ovvio. Spinsero senza
delicatezza, quasi con fastidio. Erano le undici e mezzo di mattina di
ferragosto e in ospedale, per il turno, avevano messo del prosecco in fresco -
Cazzo!
Vivo
qui da sei anni e Angiolino lo conoscevo bene.
I
primi tre anni li abbiamo passati a non sopportarci. Lui che puzzava di rancido
e povertà e io che avevo i cazzi miei, costretto in quella casa da separato,
non mia e spoglia, dopo che per dodici anni mi ero abituato alle cene in
terrazzo bagnate di Blangé in fresco, nella casa della mia ex moglie. Angiolino
non lo sopportavo perché mi ricordava, a vederlo, cos’ero davvero e cosa potevo
diventare. Un vecchio rancoroso, che passava il tempo a spostare scatole vuote dal
secondo al terzo, dal terzo al secondo e dal secondo al terzo. Sempre. A
qualsiasi ora del giorno e della notte.
Un’ape
stolta e senza alveare.
Poi
rimasi senza lavoro per un anno, e quell’anno niente vacanze.
D’estate,
sul ballatoio, fumando, a guardare di fronte i palazzi in ferie della Nestlè,
con in cima la scritta al neon che nella notte ci ricordava, a me e ad
Angiolino, che col buon cibo veniva anche la vita buona. Nestlé. Good food, good life.
Angiolino
beveva solo Fanta calda. Io, vino freddo. Una bottiglia al giorno.
Poi
una notte di fine luglio mi si avvicinò strisciando i piedi, che era il suo
modo di spostarsi.
Cazzo
vuole? - pensai.
Mi
guardò negli occhi ed era la prima volta che succedeva, perché Angiolino si
rivolgeva al mondo di nuca. Così scoprii che aveva uno sguardo vacuo, in cui
gli occhi ti guardavano ma come se vedessero anche il fantasma che ti volava
accanto.
-
E’ tua la casa?
La
voce era afona, di chi a parlare non è abituato, e ogni volta deve rimettere in
moto le corde vocali rinsecchite nel silenzio.
-
No. Sono in affitto.
-
E quanto paghi?
-
Ottocento. Perché?
-
Aha! - disse illuminandosi di meraviglia. E se ne andò da dove era venuto.
Non
chiesi altro perché non avevo voglia di conversazione, di socializzare, non
volevo avere nulla a che fare con quel morto. Ma la mia domanda mi restò
attaccata in testa mentre guardavo l’ascensore scendere dal terzo al secondo.
Perché?
Angiolino
uscì dall’ascensore al secondo piano e strisciando i piedi sul ballatoio arrivò
al terrazzino di fronte. Aveva in mano una bottiglia di Fanta piena d’acqua e
si mise a bagnare quattro vasi di piante grasse, identiche alle sue caviglie.
Lo
guardavo e lui lo sapeva, ma se ne fregava. Solo ogni tanto, nel semibuio della
notte illuminata dalla luna, vedevo che di soppiatto mi gettava occhiate
sospette. Allora si girava di nuca, come sempre.
Ma
guarda che matto, pensavo. Ma guarda che matti che siamo. Io gonfio di vino per
riuscire a piangere e lui che annaffia piante grasse. Due gesti inutili.
Mi
davo un ordine. Cercavo almeno, per tenere i pensieri nel corridoio dritto
senza che si distraessero nelle stanze disordinate della mia inutile
malinconia. Così la mattina mi facevo la barba e andavo a correre. Macinavo
chilometri e bruciavo calorie tra i palazzi della periferia, fino ai campi ai
lati dell’autostrada, dove file di macchine partivano per le vacanze, mentre io
spostavo i corvi che infastiditi dal mio passaggio volavano senza spavento solo
un metro più in là dello stagno. Arrivavo al traliccio in disuso, gli giravo
intorno, e tornavo indietro verso la fine dei campi, fino ai palazzi popolari,
l’ospedale, le poste, il panettiere chiuso per ferie.
Poi
casa. Salivo le scale a piedi, tutto sudato, e Angiolino era sempre seduto sul
suo sgabello della Chicco che aveva trovato chissà in quale immondizia. Se ne
stava a prendere il fresco sfruttando la corrente d’aria della tromba delle
scale. Di nuca.
La
scena si è ripetuta quasi ogni mattina o ogni sera, quell’estate, a seconda
dell’ora in cui decidevo di andare a correre. Non ci salutavamo mai. Ognuno
incazzato della propria delusione.
Io
mi facevo la doccia, bevevo acqua, fumavo subito.
Lui
si alzava dal seggiolino, di tanto in tanto, per andare in missione nelle
strade. Si era preso un carrello del supermercato che teneva in cortile e con
quello usciva per tornare ore dopo, carico di scatole vuote. Qualsiasi tipo di scatola.
Birre, televisioni, confetture di pomodori, molte scatole della Nestlè,
cereali. Le scaricava in ascensore, saliva al secondo, le portava in casa. A
volte alcune le trascinava fino al terzo e dal terzo al secondo o dal secondo
al terzo e poi al secondo. Avanti. Indietro. Avanti. Così.
Una
sera, sul ballatoio, ero distratto da un piccione che beccava qualcosa in
cortile. Non mi sono accorto di Angiolino alle mie spalle e quando si è rivolto
a me mi spaventai, ma finsi di no.
-
Ottocento sono troppi. Ci paghi un mutuo con quello e la casa è tua. Te la
vende il proprietario?
Non
gli chiesi niente. Non gli dissi che i discorsi non possono stare in attesa una
settimana. Finsi che, in fondo, c’eravamo appena parlati.
-
Non la voglio comprare, e poi non è in vendita.
-
Le mie sì. Al secondo e al terzo.
In
quel momento passò nella strada alle nostre spalle una macchina con l’autoradio
che suonava una canzone di Loredana Bertè: Ai
dimenticati, ai playboy finitiii e anche per me...
-
Un giorno vendo tutto e torno a Bitonto.
Lo
guardavo cercando di decidere se chiudere la conversazione con un grugnito o
continuare.
-
Bella Bitonto, dissi.
-
Ma và! Fa schifo. Ma sono nato lì. Bisogna morire dove si nasce.
-
Ah sì? - chiesi. E lo feci davvero perché non capivo l’affermazione.
-
Eh sì - mi rispose, e rimase lì, senza muoversi. Girò lo sguardo verso la
Nestlé. Good food, good life. Ma non penso riuscisse a vedere fin là.
E
poi mica conosceva l’inglese, Angiolino.
-
Tu sei sposato?
-
No.
-
Meglio. Neanch’io. Le donne, con gli anni, puzzano.
E
se ne andò, lasciandomi la coda del suo odore rancido.
D’inverno
Angiolino non mi parlava. Non parlava con nessuno mai, ma d’inverno nemmeno con
me. Ogni volta che lo incrociavo sulle scale o davanti al portone, io lo
salutavo sempre. Sapevo che non mi avrebbe risposto ma mi ero imposto di
salutarlo. Sempre. Ci vuole cura e pazienza con le persone, a cominciare da noi
stessi. Rivolgermi a lui, chiedergli come stava, era qualcosa di salutare anche
per me. Mi faceva uscire dalla bestia, dai giorni delle mie barbe non rasate,
dai grugniti che popolavano la città.
In
piedi, davanti alla finestra, lo guardavo attraversare la strada con il suo
carrello del supermercato, anche con la neve. Spostarsi per gli angoli delle
strade, caricare scatole vuote, scaricarle in casa, spostarle dal terzo al
secondo, dal secondo al terzo, dal terzo al secondo, dal secondo al terzo.
Autunno,
inverno, primavera.
I
primi giorni d’estate no. Quella dove i cittadini svuotano la città nei fine
settimana ma poi tornano, a pieno regime. No, la prima estate è troppo presto
perché Angiolino torni a parlarmi. A rispondere ai miei saluti. Ci vuole
l’esodo. Ci vuole il deserto. Dobbiamo essere o sembrare gli ultimi
sopravvissuti.
L’estate
successiva lavoravo. Dopo tanto tempo sono tornati a cercarmi. Io faccio
l’autore televisivo e mi era stato dato un programma d’intrattenimento
pomeridiano che si chiamava “E state con
noi”. Una merda rispetto agli anni d’oro, quelli dei ricchi budget, degli
aperitivi la sera, delle ballerine, delle mie illusioni che la vita fosse, in
fondo, un palcoscenico di luci al neon colorate.
-
La crisi economica Carlo. Prendere o lasciare.
Così
mi ha detto il produttore.
-
Sai Carlo, io ho sedici automobili eppure, guarda qua, - mi disse tirando fuori
l’abbonamento - giro in
metropolitana.
Ma
vaffanculo, pensai. E comunque presi.
Il
programma era in diretta, uscivo la mattina alle undici e per le otto di sera
ero a casa.
Mi
cambiavo, mi bevevo un bicchiere mangiucchiando qualcosa, ma avevo ridotto
parecchio le mie dosi di vino e poi adesso non prendevo nemmeno più l’En, per
dormire.
Angiolino
mi vide sul ballatoio, mentre come sempre fumavo.
Uscì
dall’angolo, ma poi ritornò indietro, come se ci avesse ripensato. Poi decise e
venne verso di me.
-
Ueh Angiolino, allora? Che fai?
-
Faccio il samurai - e rise, credo per la rima.
-
Cosa fai di mestiere tu? - Mi chiese.
-
Lavoro in televisione.
-
Io non ce l’ho la televisione. Non mi piace.
Non
dissi nulla, ero d’accordo. Poi prese a guardare il mio fantasma e capii solo
in quel momento che non era una disfunzione dello sguardo ma qualcosa di molto
più semplice. Timidezza. E allora feci il primo passo.
-
E tu? Sei pensionato?
-
Uh! Da anni. Sono vecchio io.
-
Perché, quanti anni hai? - gli chiesi, pensando che dovevano essere una
settantina.
-
Settantatre. No!.. Settantaquattro. Mah... si, settantaquattro. Ero un
poliziotto io eh. -
Un
poliziotto. Angiolino un poliziotto. Un uomo che ha a che fare con l’Ordine e
la Giustizia. Ma anche con la repressione e le pistole. Non sembrava, anche se,
a guardarlo bene, doveva aver avuto uno sguardo fermo un tempo e un certo vai e
vieni da commissariato, bevendo caffè.
-
Un poliziotto? Ma dai. Ne hai arrestati tu eh?
Angiolino
mica mi risponde. Le domande le fa lui, segue un suo discorso che non prevede
nessuna comunicazione. Penso che forse non mi ascolti, oppure non mi senta.
Sarei tentato di chiedergli delle scatole, che cazzo ci fa, ma è inutile e poi,
non so perché, mi vergogno a chiederglielo.
-
Negli anni settanta era dura.
Questo
mi dice, ma non so cosa intenda. Eppure rimane lì, a guardarmi fumare.
-
Non devi fumare. Fa male. Io ho smesso a quarantanove anni. Fine. Dalla sera
alla mattina. Fa schifo quella roba lì.
-
Hai ragione Angiolino.
E
aspiro più forte.
-
Com’è che ti chiami tu?
-
Carlo.
-
Allora, la compri la mia casa o no?
-
No.
-
Io ne ho un’altra a Bitonto sai?
-
Aha.
-
Ne avevo una anche a Lambrate ma l’ho venduta.
-
Ammazza Angiolino, sei un uomo ricco.
Ride.
Così scopro che ha dei bei denti. Ma come fa? Puzza come un animale, la
canottiera macchiata di olio, o forse sperma, i pantaloni della tuta che gli
cascano dal culo e ha i denti belli. La testa glabra e la barba bianca di
Hemingway.
-
Ma vivi solo? - mi chiede - Non vedo mai nessuno qui da te.
E’
vero.
-
E’ vero. Non c’è mai nessuno. Non invito nessuno perché non mi piace questa
casa.
-
Compra la mia. Al secondo o al terzo.
-
Non c’ho una lira. E poi me ne voglio andare.
-
E dove?
-
Non lo so.
-
Io ho avuto un’amica, tanti anni fa. Ma amica eh. Mai fatto niente di... hai
capito. Un’amicizia. Ma poi telefonava un uomo. Io le dicevo, ma chi è questo
qui? Ma no, no, nessuno. Allora chi è? Non si capiva. Non era mia. E ma se sei
qui, se sei con me, ma perché vai con gli altri uomini. Ma perché? Mi fai
soffrire. E lei ma no. Ma son con te. E invece le piacevano gli uomini. E
andava con tutti quelli che le sorridevano. Tu cosa fai? Tu. Carlo tu.
-
Sì.
-
Tu cosa fai? Ti affezioni a una così, che gli piacciono gli uomini?
-
Ma sai...
-
Allora poi ti stanchi. No, non voglio averci a che fare con queste cose. Vabbè.
Quando vuoi vedere la casa dimmelo eh...
-
Sì. Grazie.
-
Ciao Angiolino.
-
Dove vai?
-
Vado a correre.
-
Aspetta. No. Aspetta.
-
Cosa c’è?
-
Hai visto il mio gatto nero? Sai il gattino?
-
No... Non sapevo avessi un gatto.
-
Eh, perché ho visto che ieri sera sei tornato all’una, ma il gatto c’era. Non
lo trovo più.
-
I gatti tornano Angiolino.
-
Mah...
Scendo
le scale di corsa. Accendo il cardiofrequenzimetro. 81 battiti al minuto. Inizio
a correre. 92. 111. 120. 129. 134. 140. 147. 148 e il cardiofrequenzimetro
comincia a suonare. Sono fuori dall’area aerobica. Il cuore pompa. Il cuore a
148 battiti suona, fischia, a tratti urla. Mi posiziono sui 156 e lascio che le
gambe mi portino. Dopo venti minuti entri in automatico, le endorfine
cominciano a farsi spazio nei pensieri, i conti tornano, la vita diventa buona.
Good life. Scarto verso i palazzi, in lontananza. Una zaffata di camion nelle
strade deserte di agosto mi procura una momentanea nausea. 158. Rallento. Non
voglio approfittare del mio cuore. Non voglio esagerare. Entro nei campi.
Rigiro verso l’ospedale. Mi fa male un ginocchio. Resisto. Milza, fegato, non
mi fanno mai male. Dove va a finire tutto il fumo? Milano è deserta. Mi sembra
bellissima e questo mi da la misura della mia follia. E state con noi. E dai state
con noi... E state con noi, cazzo! Arrivo a casa. Quanti battiti misura un
cuore senza amore? Sul portone prendo fiato, piegandomi in avanti. Respiro. Poi
vedo il gatto nero di Angiolino. I gatti tornano, grazie a dio.
Autunno.
Inverno. Natale. Nevica che sembra il Canada. Nella domenica mattina rarefatta
dal silenzio della neve, sentii Angiolino urlare.
Mi
sveglia.
Mi
copro col cappotto e vado a vedere. Il vicino del piano terra, esasperato, ha
in mano un bastone.
-
Te ne devi andare vecchio di merda! Ti ammazzo!
Angiolino
prende un ferro, quello della porta del cancello. Lo agita con una forza che
non sapevo potesse avere.
-
Non li chiamo i piccioni! Vengono da me! Gli sto simpatico! Gli sto simpatico
ai piccioni!
-
Vecchio di merda! Schifoso e sporco!
Mi
metto le scarpe al volo e scendo giù.
Arrivo
alle spalle di Angiolino che con il ferro in aria lo picchia sul montante
dell’ascensore.
Piano,
quasi sottovoce per lo spavento e per non disturbare, dico: - Angiolino?
Lui
si gira, mi guarda cattivo. È stato davvero un poliziotto, ora lo so.
-
Che cazzo vuoi?! - Mi urla in faccia.
-
Calmati Angiolino...
Il
vicino si placa. Mi considera una persona per bene, il vicino. Sono uno della
televisione e questo basta, in certi cortili.
Angiolino
ha un’espressione improvvisamente fragile. Perduta. Mi guarda come fosse mio
figlio, ne avessi uno.
-
Dicono che chiamo i piccioni. Non è mica vero. Non gli do da mangiare!
Sì che lo fa. Lo so. L’ho visto.
-
Lo so Angiolino, vengono e basta. Ma metti giù il ferro, dai.
Lo
lascia cadere e con la neve non emette nessun rumore. Fa solo puf.
Prendo
Angiolino e lo carico sull’ascensore. Le porte si chiudono e faccio in tempo a
sentire la voce del vicino rientrare in casa. – Terùn de merda – dice da dietro
la finestra.
Ho
voglia di un caffè e mi fa male la testa.
-
Secondo o terzo?
Angiolino
non risponde. Sembra offeso. Schiaccio il terzo, che è il piano mio.
Angiolino
entra in casa strisciando i suoi piedi con le caviglie gonfie.
-
Gli sto simpatico ai piccioni. Mi vogliono bene. - e me lo dice guardandomi.
Non
l’ho più visto fino a primavera.
-
Dove sei stato?
-
Ehi Angiolino! Sono stato a Roma. Mi hanno chiamato a lavorare lì. Ho fatto il
programma di Fiorello.
-
Chi è?
-
E’ un... no niente. Uno della televisione. Come stai?
Non
mi ha risposto.
Una
settimana dopo ero di buonissimo umore, il sole splendeva, non avevo niente da
fare e sono sceso per un caffè. Uscendo ho incrociato Angiolino, col suo
carrello pieno di scatole.
Quando
mi ha visto si è messo in imbarazzo. Non credo volesse incontrare nessuno. Io
gli ho tenuto la porticina d’ingresso aperta, e con un’aria eccessivamente
simpatica, quasi finta, mi sono deciso e gli ho chiesto – Ma Angiolino! Ma cosa
ci fai con tutte queste scatole? Eh?
Lui
è entrato. È andato dritto verso l’ascensore. A pochi metri dall’ascensore si è
girato perché ha capito che lo stavo guardando. Io avevo sempre il sorriso
stampato in faccia.
-
Fatti i cazzi tuoi - mi ha detto.
Poi
è salito con l’ascensore e il suo carrello. Al secondo, credo.
Quest’estate
sono partito presto, all’inizio di luglio. Mi hanno invitato a fare un giro in
barca, poi mi sono fermato in Corsica e ho fatto una settimana anche in
montagna. Ma tra la Corsica e la montagna sono tornato due giorni a Milano
perché avevo l’udienza di divorzio.
La
mia ex moglie è arrivata in orario per la prima volta nella sua vita.
Ci
siamo abbracciati. Siamo saliti con gli avvocati, abbiamo firmato, siamo
usciti.
Le
ho offerto un caffè.
-
No, ti ringrazio. Mi agita.
Aveva
un taglio di capelli diverso. Stava bene. L’ho vista bene.
-
Hai un amore? - Mi ha chiesto.
-
L’ho perso.
Si
è messa a ridere.
-
Sei il solito pirla.
Ma
l’ha detto in modo gentile. L’ha detto con affetto. Mi conosce, e lo sa che non
sono uno stronzo. Lo sembro, ma non lo sono.
-
Vuoi una sigaretta?
-
Ho smesso - le ho risposto. Ma non è vero. L’ho detto solo per farle vedere che
sono cambiato, che sono migliore.
Ci
siamo abbracciati. Forte. Le ho anche passato una mano sui capelli, che erano
freschi di shampoo.
-
Vivi col tuo uomo?
Ha
annuito.
Le
ho chiesto se era felice.
-
Dai non fare il romantico. S’è fatto tardi Carlo.
Due
ore dopo partivo per la montagna. La bicicletta sulla macchina. Una settimana a
respirare vita buona, mangiando bene.
Quando
sono tornato a Milano, a ferragosto, dovevo prepararmi per la presentazione del
palinsesto. Il Canale ha invitato anche me. Pare che Fiorello abbia insistito
che ci fossi anch’io.
L’ambulanza
era parcheggiata male.
-
Cos’è successo Ibrahim?
-
Anghiolino. Mi ha detto.
Poi
hanno dato una spallata più forte, ma non era il corpo di Angiolino, erano le
scatole impilate una sull’altra che ostruivano l’entrata. È uscita una puzza di
piscio e fagioli andati a male che si è mischiata all’umido caldo di questo
ferragosto.
-
Non si respira qui, santo dio!
Il
corpo di Angiolino era sdraiato per terra. A pancia in giù. Lui era nudo. Su
una scapola aveva un tatuaggio quasi scolorito, vecchio, brutto, fatto male,
che nessuno aveva mai visto. C’era scritto: Maria Elena.
L’hanno
chiuso in un sacco. Caricato sulla barella. Portato fuori, poi giù, oltre il
secondo. Nella stanza c’erano scatole ovunque. Fino al soffitto. Coprivano
tutto, coprivano qualsiasi cosa. Una specie di protezione, un mondo ovattato,
dove non arrivavano i rumori della strada.
Il
gattino nero era in un angolo e sembrava farsi i fatti suoi.
L’ambulanza
è ripartita, senza sirene, ma con una certa fretta.
È
lei Carlo Grande?
L’uomo
sull’uscio dell’ufficio del Tribunale indossa una cravatta beige e una camicia
bianca. Ha l’aria polverosa ma uno sguardo serio, onesto.
-
Sì, sono io.
-
Sono il Dottor Bonfanti, il curatore del defunto signor Angiolino Acquafredda. Molto
piacere. Prego, entri.
Mi
accomodo su una sedia.
L’uomo
mi guarda, prendendo dal tavolo un fascicolo.
-
Scusi signor Grande se non tengo la giacca, ma fa un caldo...
-
Mi avete convocato...
-
Sì. Allora... lei era un amico del Signor Acquafredda, giusto?
-
Mah... no. Ero un vicino.
-
Beh io ho qui dei documenti. E’ un testamento del signor Acquafredda che tra
l’altro non ha parenti prossimi oltre il quarto grado.
-
Ma come è morto? - Gli domando. – Nel palazzo non abbiamo più saputo niente.
-
Aneurisma. Si sarebbe potuti intervenire ma il signor Acquafredda viveva solo e
nessuno se ne è accorto. È così che è deceduto. Ascolti signor Grande, nella
casa del signor Acquafredda abbiamo trovato, devo dire nella confusione
generale, un documento testamentario che la riguarda. Il signor Acquafredda le
ha lasciato in eredità gli immobili del secondo e del terzo piano, siti in via Watt al civico 9, dove lei è peraltro residente, corretto?
-
Sì.
-
Tra l’altro, in aggiunta, c’è un piccolo appartamento di 30 metri quadri, sito
in via Cardinale al civico 1, a Bitonto.
-
A Bitonto?
-
Sì, a Bitonto. In provincia di Bari. C’è anche una curiosa annotazione a mano del signor Acquafredda che a tal proposito dice che a lei, signor Grande,
Bitonto piace.
-
Ma non ci sono mai stato...
-
Beh, è scritto qui. Dice che lei voleva andare via da qui. Guardi. Ma è
sicuro che non eravate amici?
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