lunedì 11 gennaio 2016

LA ISLA MINIMA


Diciamo subito una cosa che posso affermare mostrando le prove: se "La Isla Minima" - premio Goya, tra l'altro - fosse stato fatto in "Itaglia" non solo non sarebbe mai stato fatto, ma non sarebbe nemmeno mai stata letta la sceneggiatura a meno che non l'avesse scritta un qualche parente. Invece siamo in Spagna, vivaddio; cioè fuori da qui, dove quasi ovunque tutto appare non semplice, però normale. Guardando La Isla Minima già dai titoli affascina. La terra come quadri, l'acqua che disegna forme cerebrali e già questo è una metonimia della sceneggiatura. Poi ti immergi in questo posto umido, tanto che nel cinema non ti togli nemmeno il maglione, ed entri in un noir accompagnato dalle facce dei due bravissimi protagonisti detective per scoprire chi uccide, e perché. Insegui con loro una luce nella notte su un'automobile che corre tra l'acqua e il fango, prendi cazzotti improvvisi, li accompagni nello scricchiolio di una porta chiusa dove una mano si appoggia, la apre piano, e...
Cos'è un noir? Un noir è un meccanismo ad orologeria che ti porta lontanissimo dall'inizio per rivelarti che alla fine la risposta é all'inizio. Soprattutto: un noir serve a capire che Hitchcock aveva già detto tutto, ma in fondo chi se ne frega? Un film è quella (bella) cosa che viene prima o dopo una pizza con gli amici. E allora viva La Isla Minima e i suoi autori che sanno che la bellezza non è mai inutile, e va mostrata, studiata, voluta e speriamo anche prodotta, e gli altri lo fanno, mentre ai denti cariati del cinemino italiano rimane attaccata una sola, definitiva domanda: quo vado?

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